Su FailCaffè, di recente, abbiamo iniziato a censurare alcune storture del sistema economico globalizzato.
Il tema sarà sicuramente ancora protagonista di queste pagine: è di scottante attualità, ora che la crisi sta rimettendo in discussione buona parte delle nostre abitudini e dei modelli di vita che ci hanno accompagnato negli ultimi trent’anni.
Nella nostra redazione virtuale siamo in 4 (per il momento, ma dei contributi esterni sarebbero ben accetti), e, probabilmente, abbiamo 4 approcci diversi all’argomento, 4 concezioni che, ovviamente, hanno punti di contatto e divergenze.
Oggi, voglio portare il mio contributo.
Trovo che l’impostazione, fino ad ora, sia stata un po’manichea, a partire dal titolo dei pezzi, e, invece, io credo che, tra il bianco ed il nero, sono proprio le tonalità di grigio quelle che servono a far cogliere la complessità dei problemi.
Le prime “puntate” de Il male sono ricche di suggestioni romantiche (inteso in senso storico), e, coerentemente, propugnano una visione che sembra orientata al passato, reazionaria insomma.
(sull’argomento consiglio questo articolo di Michele Piccolo per “La lettura”) 
Uno dei luoghi che più amo di Bologna è il quadrilatero, questo perché anch’io, come Aldo Palmisano, trovo estremamente più “bello” andare a fare la spesa nelle botteghe, magari avendo il “mio” macellaio o il “mio” pescivendolo che dispensano consigli su cosa acquistare giorno per giorno; il problema è che a fare la spesa al quadrilatero ci va la medio-alta borghesia, e non certo lo studente universitario medio o l’impiegato monoreddito che deve mantenere moglie (o marito) e figli.
Per utilizzare una locuzione da veterocomunistatuttodunpezzo, anche a me sembra che il centro commerciale sia “l’emblema dell’alienazione dell’uomo moderno nella civiltà dei consumi”, ma è altrettanto vero che i supermercati ed i prodotti a marchio Pam, o Coop, stanno aiutando, e non poco, la gente a sopravvivere.
Inoltre, è vero, c’è il McDonald a Piazza Taksim, come in piazza Duomo, ma esistono aziende come Eataly o Grom, che nel mercato globalizzato hanno saputo trovare la giusta combinazione per ottenere profitti, rispettando la filosofia Slow Food: “buono, pulito e giusto”, in sostanza etico (sono però rivolte sempre ad un target di clientela piuttosto alto); e, ancora, c’è la storia di Focaccia Blues, per restare solo in ambito culinario.
Ma stessi discorsi potrebbero farsi su tanti altri ambiti del vivere, dalla produzione artigianale a quella industriale: IKEA è più etica di tante altre aziende? Eppure quello di arredare casa adesso non è più un costo insostenibile, e da lavoro a migliaia di persone in tutto il mondo (così come McDonald, tanto vituperato)!
…Avevo imparato a vagheggiare, con la predilezione di un sogno a occhi aperti, l’idea della separazione di quegli elementi. Se ciascuno di essi, mi dicevo, potesse solo essere collocato in identità separate, la vita sarebbe alleviata di tutto quanto ha d’insopportabile: il malvagio se ne andrebbe per la sua strada, liberato dalle aspirazioni e dai rimorsi del gemello più virtuoso; e il giusto potrebbe progredire con costanza e sicurezza lungo il suo sentiero in salita, compiendo le buone cose in cui trova il suo piacere, e non più esposto all’ignominia e alla penitenza a causa di quel male che gli è estraneo. Era la maledizione del genere umano che simili incongrui sviluppi fossero tanto vincolati, che nel grembo tormentato della coscienza quei gemelli antitetici dovessero scontrarsi continuamente. Come fare, dunque, a dissociarli?
Robert Louis Stevenson, “Lo strano caso di Dr.Jekill e Mr.Hyde”
mi fa piacere che qualcuno abbia colto la provocazione del titolo “il male” dei capitoli precedenti. in effetti è sempre stato facile semplificare problemi di così grandi dimensione con poche parole; è ancora più facile, purtroppo, complicarli.
come ogni persona che vive tranquillamente la sua vita da “occidentale” anche io ritenevo molto più importanti le tonalità di grigio rispetto al bianco ed al nero.
quest’anno la mia vita serena assieme alla mia coscienza sono state scosse da quest’esperienza così grande: vivere un anno in un paese fortemente in via di sviluppo. parlando per colori, lo shock è stato incredibile: il bianco (o il nero) del nostro sistema economico si sta mangiando tutte le tonalità di grigio impedendo anche a chi vorrebbe di perseguire la giusta (utopica) via di mezzo. in nome di cosa? del denaro e nient’altro.
hai davvero ragione quando dici che la differenza fra il mercato del borgo e quella del supermercato è di portafoglio. nella via principale di Istanbul dove prima c’era un grande cinema storico ora c’è un centro commerciale a 4 piani; il quartiere rumeno di Sulukele è stato recentemente raso al suolo, un progetto di “riqualifica” prevede decine di edifici residenziali.
se posso,da profano,dire la mia è che come ha detto giustamente aldopalmisano,al secolo A.Z.(e non è un dentifricio),è che chi vorrebbe seguire la giusta via di mezzo ricade nell’utopistico…l’hai messo fra parentesi,eppure è di vitale importanza. o meglio lo è non in quanto tale,ma in quanto risultato storico di un processo tecnologico ed industriale che ci permette oggi,ad esempio,di poterne parlare sebbene siamo sparsi tra roma bologna e istanbul..il nostro modo di vivere,di comunicare,di interagire e di pensare,purtroppo o per fortuna,deriva da quella triste monocromia di bianco e nero,senza il quale,purtroppo,non potremmo essere dove siamo oggi..la turchia come dice ben aldo,è un paese in via di sviluppo e quella che era la sua ampia gamma cromatica sta venendo fagocitata e immolata sull’altare di due dei:denaro e,volenti o nolenti,progresso…il colore barattato con uno stile id vita occidentale,veloce,tecnologico,futuristico e,nonostante sia privo di idee,al contempo geniale. ed è,a mio umile parere,questa la grande differenza tra “noi” e “loro”..qui,ora, si è arrivati a una tale penuria di colori che,chi può,cerca di ridare colore andando a fare la spesa al mercato del borgo, pur non dimenticandoci che sono stati i nostri genitori i primi a provare il “gusto” della spesa al super/iper/megamercato..lì,a causa di quegli dei di cui ho accennato prima, ora hanno negli occhi la grande vita cittadina che si modella su centri commerciali e centri residenziali..non è catastrofismo o arrendevolezza, è solo un enorme ciclo che prima o poi si chiuderà quando sia qui che lì la gran parte delle persone torneranno a fare la spesa dal proprio macellaio o dal proprio fruttivendolo.